SelvaOscura

Dante e Shakespeare
nel Piccolo Teatro Giardino Veneziano de I Antichi
di e con Samuele Busolin

Sabato 18 Maggio 2019 - 20:00

I Antichi aprono la Stagione 2019
del Piccolo Teatro Giardino Veneziano
con un lavoro teatrale di Samuele Busolin
con la regia di Enrico Zagni
su testi di Dante Alighieri e William Shakespeare.

INGRESSO LIBERO

Prima e dopo lo Spettacolo in funzione il Bacareto de I Antichi
con Sprizzetti Ombre Cicheti e Piatti Caldi

CONSUMAZIONI A PAGAMENTO

Cosè SELVAOSCURA

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Con queste semplici parole si aspre uno dei più significativi Canti di quell’opera poetica e religiosa; filosofica e psicologica che è la Divina Commedia. Divina non solo perché, come ha ampiamente ricordato il Boccaccio nella sua biografia dantesca, si tratta di un’opera sublime ma soprattutto perché tratta degli argomenti assolutamente centrali dell’esistenza umana: tutte le contraddizioni, i conflitti, i problemi connessi, per dirla come Heidegger, all’esser-ci (qui e ora) dell’uomo: il suo essere libero e pertanto sempre inquieto; patologicamente instabile, argomenti questi che trovano nella Divina Commedia uno spazio filosofico-letterario di estrema lucidità e profondità.

Opera filosofica la Divina Commedia che solitamente è rubricata come mera opera letteraria, quasi a volerne sminuire lo spessore umanistico, e viene spesso presentata come puro esercizio di stile quasi che il suo vero contenuto sia dato, non tanto dal “senso poetico” che le parole richiamano, ma quanto dal significato immediato delle parole stesse.

Occorre ricordare che la Divina Commedia è opera filosofica di straordinaria e cruciale importanza. L’intento di Dante è quello di promuovere, attraverso il testo poetico della Divina Commedia, un luogo di riflessione dove ogni persona possa riflettere su sé stessa per comprendersi e riconoscersi. La Divina Commedia è allora da intendere, ed in questo sta tutta la genialità di Dante, come pre-testo (poetico) che rimanda ad un sotto-testo (filosofico-religioso- psicologico) : una sorta di geniale gioco linguistico che “accenna” e “allude” continuamente a quell’ “oltre” a quella “trascendenza“ che fa di ogni uomo un perenne “viaggiatore inquieto”.

Viaggiatore inquieto l’uomo, la cui libertà diviene problema etico e teologico. In questa irrequietezza si inscrive infatti la Hybris (la tracotante arroganza) dell’Ulisse dantesco che sfida la sorte con la furbizia e con l’ingegno. L’Ulisse dantesco è un avventuriero affascinato dall’ignoto. In Dante né il richiamo di Telemaco, né la pietà verso il padre, né l’affetto di Penelope, possono trattenere l’ardimentoso e tormentato Ulisse. L’apolide Ulisse, senza più patria, per sempre sradicato e gettato lì, nel tormentoso e vasto mare ove si rispecchia la vastità, l’oscurità e l’insanabile irrequietezza del suo animo. In quest’ultima immagine drammatica e tragica sta il senso filosofico della poetica dantesca, dove la “lingua” e la sua articolazione in “pensiero” diviene stimolo per comprendere quell’ “irrequietezza del vivere” che ci può spingere ad essere ciò che realmente siamo.

Ma che cosa siamo? Chi siamo noi? Domande esistenziali ineliminabili alle quali insieme a Dante un altro grandissimo poeta e drammaturgo ha cercato di dare risposta: William Shakespeare. Poeta e drammaturgo certo, non semplicemente vaticinatore di “bei versi”, ma essenzialmente filosofo anch’egli. Anche in Shakespeare la parola scritta diviene “pretesto” “allusione” “invito” a scrutare l’ignoto e l’oscurità che abita l’animo umano. Le parole di Riccardo III lo testimoniano in modo inequivocabile: “(…) Ebbene io, in questa zufolante stagione di pace. Non conosco altro piacere che, sbirciare la mia ombra al sole e intonar variazioni sulla mia deformità (…)”

Il discorso di Shakespeare sembra anticipare quello più specificatamente psico-dinamico di Gustav Jung che proprio nel concetto di Ombra scorgerà l’allusione o meglio la metafora più riuscita ad indicare la complessità di tutti i meccanismi di proiezione messi in campo dalla Psiche. L’Ombra non è tanto ciò che sta velatamente coperto, ma è l’atto stesso del celare che si esprime in un atto d’acrimonia nei confronti dell’Altro: odio universale per tutto ciò che non fa parte del Me (l’Io narcisistico), quale unica fonte d’irradiazione luminosa sul mondo che, vissuto come ostacolo alla propria narcisistica affermazione, deve essere sistematicamente “tolto” (negato e affermato allo stesso tempo).

Dante e Shakespeare in tempi diversi mettono in scena il dramma umano della libertà inquieta, il pathos poetico che porta a esplorare le lande oscure e profonde dell’animo umano.

La tragedia è l’invenzione greca, anzi ateniese, di un modello formale, insieme letterario e teatrale, in cui in un mondo drammatico costituito dai “sottomondi” dei personaggi – sottomondi a cui appartengono tutti i sentimenti, le affermazioni i giudizi e i valori che si trovano nel testo – e che consiste nel rapporto conflittuale di questi sottomondi, viene mostrato e non dimostrato , cioè non è veicolo di testi o di messaggi, ma solo una ostensione che scatena domande alle quali non si da risposta né, come la visione implica vi è risposta possibile. I sottomondi del mondo drammatico sono anch’essi conflittuali: i personaggi non conoscono se stessi né il senso delle proprie azioni, le quali aprono ogni volta senza risolverlo il problema della libertà e della responsabilità, e portano a risultati contrari ai loro progetti. Il mondo della tragedia si sottrae a ogni spiegazione che non possa venire contraddetta da un’altra, appare estraneo a ogni certezza, a ogni dogma e sistema di valori, nemico della logica che pretenda di essere l’unico canale della conoscenza. Il suo senso globale è una interrogazione e non un’asserzione, è una somma di inconciliabili che può formularsi razionalmente solo in modo precario e non definitivo. Visione sinottica, cosmica, profondamente agnostica, immagini di immagini del mondo, forma principe dell’ambiguo, della scepsi, dell’ironia, e simbolo del mistero della vita. Questa è la visione tragica quale si manifesta nella tragedia ma in seguito anche in altre forme letterarie, ad esempio nella narrativa di Melville e Dostoevskji. Ciò che l’autore tragico ci trasmette è il suo senso tragico del mondo.

L’uomo, dice un famoso coro di Sofocle, è di tutte le cose portentose il più portentoso (deinòs), un mistero che esiste su due dimensioni, quella naturale e quella sovrannaturale, altrettanto misteriose.

SelvaOscura è un progetto teatrale che intende esaminare il testo Dantesco (la Divina Commedia) e quello Shakesperiano (Riccardo III; Machbeth; il Mercante di Venezia; Enrico IV; Amleto) allo scopo mostrare l’ambiguità e la complessità dell’animo umano messa in campo dalla tragedia shakespeariana e confrontarla con la ricerca filosofica e teologica proposta dalla Divina Commedia.

L’obiettivo non è di celebrare apologeticamente i testi e suoi autori ma è quello di adoperare il testo come pre-testo per ragionare e riflettere sulle contraddizioni profonde del contesto socio-politico che quotidianamente frequentiamo. Un contesto nel quale non è difficile imbattersi in tantissimi Riccardo III: persone frustrate; rifiutate perché diverse; sfruttate perché ritenute deboli; sostanzialmente persone a cui viene negata la possibilità di essere. Persone che odiano gli altri, e pronte a qualsiasi cosa pur di raggiungere il vano miraggio di un potere creduto salvifico e definitivo. SelvaOscura mette in scena la tragedia dell’uomo nella sua fenomenologia, mette in scena il suo mostrarsi, il suo essere per tutti “problema”.

Ad essere pre-testo in questo caso non saranno solo i testi di Dante e Shakespeare ma sarà soprattutto la “scena” nella sua valenza simbolica a riproporre il problema dell’esistenza e della libertà come “nodo” essenziale. Dal primo Canto dell’Inferno si giunge direttamente XXVI Canto laddove emerge lo spaesamento dell’Ulisse dantesco mosso dall’irrefrenabile desiderio di conoscere e di tendersi al nuovo a cui si frapporrà la figura malferma e sghemba di un Riccardo III votato alla guerra e alla vendetta; mosso dalla paura, rifiutato perché malformato da una natura “perfida” e cieca; una natura, nella visione di Riccardo III, che dona la libertà e nel contempo, come nel suo caso del resto, la toglie con la sua indifferente perfidia.

In SelvaOscura a dialogare non sono solo i personaggi di Dante e Shakespeare, i veri protagonisti sono i desideri, i complessi, le virtù, le frustrazioni; l’intelligenza, la furbizia, l’odio, la vendetta, la sofferenza, la saggezza, la mitezza. Ad essere messo in scena, nel suo manifestarsi e mostrarsi è l’animo umano nella sua libertà, nel suo fenomenologico e problematico “essere – in – relazione”.

Non c’è relazione senza rapporto con il Tutto. La situazione tragica dell’uomo contemporaneo si ravvisa proprio nella perdita della dimensione religiosa nel senso etimologico del termine: ricerca della relazione e del rapporto con il tutto. La dimenticanza e la rimozione radicale di tale rapporto comporta, non solo la negazione della trascendenza e della sacralità di ogni forma di esistenza, ma soprattutto l’esaltazione di un Io (ego-centrato e narcisistico) che trasforma tutto in “cosa” e istituisce di conseguenza rapporti puramente “oggettuali” con sé e con gli altri.

SelvaOscura intende far vedere le possibilità insite nel modo che l’uomo ha di rapportarsi al mondo e ai suoi simili che insieme costituiscono quella figura simbolica dell’Alterità con la quale è necessario riconciliarsi.

SelvaOscura è messo in scena in forma di monologo, dove il singolo attore, seguendo le variazioni del copione, assumerà le sembianze dei diversi personaggi. Ritorna quindi il motivo centrale di questo lavoro che vuole sottolineare il rapporto dell’Uno con la molteplicità e l’inesauribilità dell’animo umano. L’Uno, il corpo dell’attore, che simbolicamente rimanda a tutti i corpi, a tutte le esistenze ed esperienze che è nella sua possibilità (perciò nella libertà di tutti: uomini e donne) esprimere in forme sempre diverse e nuove.

Note di regia di Enrico Zagni

SelvaOscura rappresenta l’evoluzione di un pensiero che attraversa il lato buio della mente, aspirando ad una grandezza dalla duplice faccia: la scoperta e la repressione subdola; fino a mettere in dubbio se stesso, ragionando su quanto un pensiero da solo non basti per raggiungere un’azione. Attraverso due episodi dell’Inferno dantesco e due monologhi di Shakespere verrà indagata la rappresentazione fisica di un discorso mentale.

Enrico Zagni. Modenese d’origine e veneziano d’adozione. Si diploma a Giuldford alla GSA e alla BSMT di Bologna come attore e cantante. Si specializza in canto lirico con i Maestri: Paride Venturi e Luciano Pavarotti. Debutta come solista nelle opere: Le nozze di Figaro di Mozart per la regia di Lina Wertmuller; la Traviata, il Trovatore di Verdi; la Boheme, la Madama Butterfly, la Tosca, la Manon Lescaut e la Turandot di Puccini e altre opere del repertorio operistico classico e contemporaneo. Nella prosa si specializza in Inghilterra nel repertorio di Shakespeare in lingua inglese e italiana. Ha lavorato con ERT per vari spettacoli di teatro classico e sperimentale fino al debutto nel Candelaio di Giordano Bruno , per la regia di Luca Ronconi. Collabora con molte realtà italiane e straniere sia in ambito musicale che prosa in lingua italiana, inglese e in veneziano.

Samuele Busolin. Laureato in Filosofia presso l'università Ca' Foscari di Venezia, partecipa al laboratorio teatrale di Farmacia Zoo: successivamente frequenta il laboratorio teatrale del Teatro Avogaria di Venezia. Approfondisce la sua formazione in recitazione cinematografica presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nei seminari tenuti da Giancarlo Giannini e Eljana Popova, e presso l’ Università Ca’ Foscari di Venezia con Roberto Citran. Debutta a Teatro con il monologo: "Afa. Una fuga per voce sola” di Ermanno Fugagnoli per la regia di Massimo Pagan. "Afa" è stato messo in scena nel 2017 anche nella vecchia sede de I Antichi alla Salute, con grande successo di pubblico.

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