Trent'anni di Carnevale - Che storia!

L' altro giorno sono andato alla presentazione del libro «Il Carnevale in età moderna - 30 anni di Carnevale a Venezia 1980-2010» di Alessandro Bressanello, artista veneziano che ha sempre lavorato nel e per il carnevale ufficiale.
Il libro è un bel libro, forse più utile che bello; e questo è un bene perché i libri devono essere utili (anche magari per sognare) più che belli. Inevitabilmente contiene in sé anche molti errori; ma non è di questo che parleremo. Infatti, se lo leggete assieme al monumentale «Storia de I Antichi» potete emendare tutti gli errori perché in caso di discordanza abbiamo ragione noi.
La presentazione era affollata. Ovvio. Noiosissima e banalissima nelle presentazioni ufficiali assessorili e presidenziali (sorvolo sui nomi perché non voglio offendere nessuno) molto appassionata nel caso dell'autore (e anche dell'editore) perché si capisce che sono felici e orgogliosi (giustamente) del loro lavoro.
Bene, questo il preambolo. Ed è già finito.
Mi ha dato da pensare, questa presentazione.
Primo: sono passati trent'anni.
Mariavergine! Cioè: sono trascorsi trent'anni da quando è cominciato; e sono passati, anno dopo anno, trent'anni di carnevali. Una vita. In effetti si vedeva, nei volti nei corpi nelle menti nelle parole dei presenti. C'è il rischio di diventare come le adunate celebrative durante il ventennio fascista, quando portavano gli ultimi garibaldini in camicia rossa anno dopo anno sempre di meno ma sempre più rincoglioniti. Più che un rischio sembra un presagio.
Secondo: le polemiche.
La storia del Carnevale è una storia di polemiche. Di baruffe sanguinarie e di continue riappacificazioni (a volte no). Forse le polemiche erano necessarie. O inevitabili. Noi siamo stati i più polemici di tutti. Anche tra di noi. Io sono stato polemicissimo al limite dell'ingiuria personale. Adesso non lo sono più. Non ne vale la pena. Ho altro di meglio da fare. Se il motto è «divertire divertendosi» non ci si diverte mica ad essere incazzati.
Terzo: la vittoria ha migliaia di padri, la sconfitta è orfana.
Non ha importanza chi l'ha detto per primo, se Temistocle o John F. Kennedy o John Keats che aveva il gusto dei giochi di parole, però è così. C'è infatti e però una corsa per l'attribuzione del primato nell'invenzione del Carnevale (che io definirei contemporaneo, perché moderno si estenderebbe a molto prima, almeno a tutto l'Ottocento). Ognuno si attribuisce il primato. Magari ritagliandosi un settore: el carneval queo vero, el carneval in piassa, el carneval del comun, el carneval de qua e là. Però ne vale la pena? Voglio dire: dopo trent'anni mi pare che la città sia uscita totalmente sconfitta nel e dal carnevale, che è diventato una roba amorfa e avulsa nonostante tutti gli sforzi e le buone e cattive intenzioni. Ci si aspetterebbe un fuggi fuggi generale, del tipo: el carneval, mi? No, mi gero al Nevegal. E mi gavevo l'influensa quel'ano..
Quarto e ultimo
Quando cominci ad essere nei libri di storia, e sei ancora vivo. Vuol dire che c'è qualcosa di strano. Di molto strano. Di troppo strano. Come quando mi scrivono studenti stranieri perché stanno preparando la tesi di laurea su di noi. Cioè, voglio dire. Anche no.
Baci a tutti.